Numerose sono le rappresentazioni espressive che hanno esplorato, da un punto di vista artistico, sociologico, culturale, etico ed estetico il peculiare binomio “Terra - Uomo”: dal guru Joseph Beuys, convivente di un coyote e fecondo piantatore di alberi, a Michael Heizer, autore di “Displaced, Replaced Mass”; da Robert Smithson, pioniere della Land Art e artefice di “Spiral Getty”, a Richard Long di “Crossing Place”; da Dennis Hoppenheim a Paolo Barrile, l’artista ambientalista-comportamentale di “Messaggio Terra”, passando per Gilles Clément e il “Manifesto del Terzo Paesaggio”, solo per citare alcuni esempi e rimanere nell’ultimo mezzo secolo di storia.

Naturalmente potremmo andare oltre: dalle espressioni primitiviste e tribali africane a quelle degli aborigeni australiani, passando dai Maya agli Atzechi, agli Inca e così via, muovendo per il mito dell’eroe romantico che partiva alla ricerca di qualcosa d’indefinito, noncurante delle distanze e dei rischi, fino a proferire un formale e liberatorio “Doctor Livingston, I presume”, transitando per Rimbaud in Africa e Gauguin a Tahiti.

Seppur apparentemente esplorato, il binomio “Terra - Uomo” possiede ben altre peculiarità tuttora da rivelare; una di queste riguarda il rapporto tra l’animale sociale fatto di logos, pensiero e carne e l’arte, le scienze e la memoria in cui si esplicita l’anelito di assoluto che alberga in un corpo che avrà fine.

Ogni società come ogni individuo vive - o almeno dovrebbe vivere - attraverso la memoria. Senza memoria non vi è durata, non vi è anima. Lo stesso Umberto Eco, redattore del Marcatrè ai tempi della Poesia Visiva genovese di Luigi Tola e Rodolfo Vitone, identificava la memoria con l’anima.

Pur tuttavia, oggi, siamo privi di strumenti di reale conoscenza. Siamo sovra informati e la sovra informazione ci travolge come amalgama, un blog di elementi indistinti riportati su uno stesso piano; una scala di valori inespressivi a derivato nulla. Non vi è più gerarchia, né tantomeno una distinzione valoriale. Vittime e carnefici vengono regolarmente ricondotti su uno stesso livello di giudizio; del resto la causa scatenante è nota: la frattura fra l’uomo e l’ambiente, fra l’uomo e la storia, fra l’uomo e la sua stessa essenza, che non può essere ricucita con mezzi convenzionali.

La stessa natura antitetica della nostra cultura, in bilico fra Razionalismo e Antirazionalismo, fra Modello e Unicità, produce effetti di conoscenza che rovesciano la realtà in finzione e la finzione in realtà; non è accidentale che il bisogno di partecipazione emotiva, di sentirsi parte del tutto universale, sia oggi più vivo che mai.

Come nel giardino delle Esperidi, anche in tale frangente esiste un percorso d’uscita, un varco sensoriale fra il reale e il fantastico che consente di fendere la nebbia dell’ipocrisia, dell’apparenza e dell’ovvietà per proiettare l’essere umano alla volta di un rinnovato Umanesimo e il concetto “Terra, materiaprima” ne rappresenta un chiaro, esplicito esempio nella misura in cui affida all’artista l’improbo compito, ad una condizione implicita: purché Egli si faccia sciamano, purché Egli sappia interpretare, indagare, meditare fino a trasformare la “Storia” nell’incunabolo naturale, ambientale, sensoriale di un futuro da scoprire, restituendole al contempo una purezza paragonabile ad un anno zero della cultura.

Seppur invasa dal soverchiante tourbillon degli umani eventi la “Storia” infatti non scompare, fagocitata dal moderno Leviatano della velocità (espressa sotto varie forme: dall’informazione, alla comunicazione, al commercio, al trasporto e così via), ma si stratifica via via, davanti a noi, quasi fosse una materia aperta a vari livelli cognitivi. Una materia che si è formata per successive accumulazioni, sedimentazioni, nei millenni, dentro la terra, inglobata nelle sue viscere, con un ordine arcano della natura, lasciandosi “necessariamente” contaminare dall’azione umana, divenendo essa stessa un’entità antropomorfa.

Ciò che fanno gli artisti di “Terra, materiaprima” è innescare, attraverso una sovrapposizione pittorico/scultorea su di un frattale materico/ambientale, una visione “omotetica interna”, ossia una visione indotta che si adagia ineludibilmente su di noi; la pelle diventa membrana sensoriale con la quale l’essere umano si mette in relazione empatica con ciò che lo circonda: in essa riveliamo il profilo di una montagna, la ruga di una roccia. La roccia più passa il tempo e più diventa antica, simbolo della storia del mondo. Un segno fuggente, una macchia fluida, sono come il ricordo, o la cicatrice, del vero; sono tracce tangibili di un passato legato alla memoria, tanto nella sua declinazione individuale, ossia come risultato di un vissuto soggettivo relazionato alle tracce che esso lascia nell’ambiente, tanto in quella collettiva, come esito di un trascorso comune.

Il linguaggio di questa materia storico-antropomorfa diventa un’articolazione del limitato per esprimere l’illimitato, oltre che un omaggio alla natura, alla sua ciclicità e al suo perpetuo rinnovamento. Una stratificazione tangibile di riflessioni, pensieri, ambiente e storia che si posano, si condensano e si sovrappongono presentandosi al nostro sguardo attraverso minuscole zolle di terra cintate da interventi artistici. Una sorta di frattali artistico-ambientali che si trasformano, attraverso l’amplificazione percettiva che essi evocano, in agglomerati storico-materici sconfinati, quasi a voler coprire il pianeta trasformandolo in un’immensa accumulazione di passati immagazzinati, archiviati sotto forme diverse, collettive o individuali, ufficiali o private, artistiche o amministrative, come un immenso monumento destinato a manifestare il passaggio del tempo.

Testare il mondo con il proprio sguardo, attraverso una piccola zolla di terra artisticamente innescata, significa porsi in un costante incontro-penetrazione con la natura ed esprimere un desiderio di universalità, correlata allo stupore che si rinnova davanti a ciò che è nuovo e inesplorato, dal macrocosmo celeste al microuniverso dell’intimità. Pensare poi di porre, anche solo per un attimo, l’equazione “zolla di terra = scatola cranica”, significa relazionare il microcosmo della nostra individualità al macrocosmo della collettività. Una sorta di accumulazione della memoria.

Impegnando la spiritualizzazione della materia e la materializzazione dello spirito l’artista, attraverso l’ideazione di “Terra, Materiaprima”, giunge a proporre un’arte come via di conoscenza, come matrice degli eventi della storia dell’uomo. Lo spazio della pura visione diviene il luogo della coscienza, delle eterne germinazioni.

Un connubio, intrigante e parimenti bilanciato, fra fisicità ed astrazione emotiva che supera il confine della comunicazione logico-discorsiva e iconografica a beneficio di una rinnovata polisensorialità in cui la materia terrena, l’intervento artistico e l’occhio si fondono congiuntamente fra loro, producendo effetti di conoscenza che consentono di decifrare l’indecifrabile manoscritto del mondo.

Un viaggio che trasforma gli astanti in novelli archeologi del mondo naturale e dei sensi, un itinerario che indaga su quanto esiste al di sotto della superficie dell’apparenza e quanto, invece, si manifesta al proprio esterno, quasi a voler sradicare istintivamente, dai mille vincoli della quotidianità, la coscienza, la quintessenza dell’essere umano per introdurla all’interno di un percorso intimista che porta l’uomo a riscoprire la propria identità, percorrendo un viaggio nel tempo e nella natura, nel quale si risale al remoto istante iniziale in cui non esisteva il Big Bang, non esistevano i Quasar, neppure la miscela di idrogeno ed elio, sempre più vicini alla sfera di fuoco, al caos primordiale, all'origine del tutto: una sorta di riscatto, liberazione, redenzione e salvezza dell’essere e dell’umanità.

L’artista diventa pioniere dell’ignoto in un’epoca molto lontana dall’etica, dalla cultura sempre assetata, consciamente o inconsciamente, di Assoluto, di Universale, di Eterno, di Globale, una sete che conduce alla volta di un rinnovato Umanesimo.

Nel segno tracciato dallo sguardo si perfeziona la realtà ed è l’occhio, l’occhio soltanto che può dipanarla all’infinito, in bilico perenne tra l’inespresso e la forma della verità che è l’Arte, una visione del mondo, ove lo Spirito e la Materia, il Segno e la Forma rappresentano un anelito urlato di Libertà.

Giosuè Allegrini

Roma, 23 marzo 2017     

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