a cura di Giosuè Allegrini

Quando centomila anni fa a est di Dusseldorf o sui displuviali antichi dell’Africa equatoriale o sulle grandi piane fitte boscaglie e paludi dei gonfi fiumi colorati della Cina un debole primate con due zampe, groviglio di bisogni elementari, di fame, di voglia di sopravvivenza, di paura, scoprì, per caso e per necessità lo strumento della parola che lo metteva di colpo alla pari e al di sopra dei molti concorrenti al non troppo gaudioso banchetto della vita, nasceva l’uomo. Per millenni costui si interrogò sull’origine di questa magia che lo faceva simile agli Dei, i quali tutto regolavano e governavano. Il Mito gli corse in soccorso ed egli stesso si credette a lungo frutto e volontà dell’Onnipotenza, che così aveva voluto.

Tale solare convinzione caricò di ulteriore mistero, invece di toglierne, la memoria d’ogni popolo della Terra e di tutte le culture dell’Universo. Anche senza ricorrere al vecchio schema evoluzionistico dell’uomo e dell’essere che disegnano la storia secondo un progetto che procede dal buio e dalle tenebre verso la luce, si poté osservare come la penetrazione e la comprensione della Terra, dell’essere, dell’uomo sia come categoria sia come ipotesi del suo rappresentarsi e rappresentare, apparisse come il tentativo di decifrare l’ermetico codice dell’universo che ci circonda e avviluppa. In tale condizione l’occhio che esplora il mondo è il prolungamento del corpo e dell’anima, è la mano che afferra i materiali d’ogni attività e d’ogni esperienza e li consegna all’Essere.

Egli li ricompone nel segno inciso fortemente sulla nostra scorza come una volta si incideva sulla scorza dell’albero e della pietra. L’occhio allora è la nuova mano che incide. Ed incide nel dire, per dire, dicendo. Il dire è additare, è indicare il luogo che vogliamo separare dagli altri luoghi ed esso indica lo spazio dove si sta per realizzare la nostra esperienza, dove il nostro essere nasce. L’ambiguità primitiva si dissolve per penetrare nella Terra le verità delle forme e dello spirito, dove l’occhio le può dipanare all’infinito.

L’espressione artistica allora si scioglie per farsi imitativa, emotiva, armonica, sociale, ed entra per farsi tutt’uno con l’esperire della Terra e della vita, entra nell’essenza dell’Uomo che è volto allo straordinario dell’Eternità e che ha sconfitto la caducità del Tempo e la precarietà della Storia.