Performance che si inserisce armoniosamente nel contesto architettonico museale contemporaneo quale “creazione dello spazio attraverso movimenti lineari” e si fa proposta di una modalità in cui “le linee possano essere prolungate” .

“Orientato sulla base di flussi direzionali e della distribuzione di densità” che lo rendono luogo aperto, il Museo trova nell’estetica del vuoto il campo fisico in cui ogni stasi è movimento, ogni respiro è azione e, attraverso l’attenzione e la presenza, si creano densità, porosità e immersione nello spazio.

La densità si rapporta alla luce, all’energia - respiro, vibrazione, percezione, connessione - tra chi osserva e ciò che è osservato nell’attimo della performance, ripetuta e mai uguale a se stessa. Ogni volta si fa esperienza, attraverso lo sguardo, come fosse la prima. Consapevoli che ogni cosa è un processo, ogni oggetto è un evento, ogni stato è un movimento. Che ogni elemento, sia fisico che mentale, è un fenomeno transitorio.

Si racconta non un concetto quanto un’esperienza del bianco/silenzio/vuoto attraverso la pratica meditativa quale strumento di comprensione. La luce naturale, filtrata nei molteplici ambienti del Museo, esprime l’impermanenza del mutare delle stagioni, delle ore del giorno e della notte, e apre spontaneamente alla meditazione seduta (Zazen) e alla meditazione camminata (Kin-hin), giardino/paesaggio che tutto accoglie e dissolve.

In questa impermanenza, un senso di pace profonda: nello Zen la sobrietà e l’eleganza delle forme vanno dritte al cuore e aprono al senso della bellezza, espressione di armonia e risveglio spirituale. Gli abiti scuri e lunghi raccontano l'essenziale. I suoni scandiscono i momenti della pratica, custodendo il Silenzio. Cantare i Sutra è un dono: l’energia che si genera conduce al di là del nostro essere autocentrati e apre all’interconnessione e all’amore incondizionato.

Installazione vivente - Toccare il silenzio. Zazen, arte viva! - con suoni e canti.

Toccare ciò che non sappiamo di noi. Performance in 45 minuti del Centro Zen Anshin, ripetuta 5 volte nell’arco di un pomeriggio. Accompagnata dal Duo Midare di musica giapponese con Shakuhachi, Tamburi e Koto. Momento educativo con l’architetto  Ilaria Vasdeki.

Il corpo coglie ispirazione dalla gestualità del quotidiano, dall'influenza delle emozioni sulla sfera fisica, dalla Natura da incarnare e non solo da osservare: essere erba, essere vento; ogni momento la manifestazione dell’esistenza: irripetibile, impermanente eppure infinita. Scopriamo il rapporto costante e dinamico tra noi e tutto ciò che vi è in ogni luogo. L’attenzione al respiro diventa movimento. Consente di essere presenti, attenti a quello che accade.

La forza di concentrazione che si attiva, non si blocca nello spazio e nel tempo propri dell’atto meditativo: quanto più è intensa, tanto più si fa estesa e si irradia nello spazio del museo come nei luoghi della vita quotidiana.

Dorfles ha colto la disciplina meditativa quale prerequisito necessario alle espressioni artistiche ispirate dallo Zen: la cerimonia del tè (cha-do), la pittura a inchiostro (sumi-e), la forma poetica haiku, l’arte della disposizione dei fiori (ikebana), i giardini a “paesaggio secco” (karesansui) in cui il monaco-giardiniere cura il vivente e ciò che abita intimamente.

Il Karesansui del tempio Zen Ryoanji ispira la creazione dello spazio per la performance in un gardino/paesaggio vivente e aperto. Si dispongono i corpi in Zazen, come i 5 gruppi di pietre in basso raffigurati, su ghiaia bianca, quali foglie depositate dal vento. Mentre 3 corpi camminano e attraversano lo spazio come l’acqua di ruscello. La musica e il canto accompagnano alcuni momenti, permettendo al Silenzio e al Bianco di vibrare ed espandersi. Una sola grande coralità prende forma naturalmente.

Nella figura l’invito che la composizione formula non è tanto di entrare nel giardino/paesaggio, quanto di farsi vuoti affinché sia il giardino a entrare in chi osserva. Pur rimanendo fermi in un punto si può muovere lo sguardo, concentrandolo ora su una roccia (corpi in Zazen), ora sulle onde (corpi in Kin-hin) fino a scrutare i minimi particolari.

Le singole pietre/corpi appaiono diverse, producendo sulla sabbia differenti forme di ombra a seconda della inclinazione e della qualità della luce: non solo a seconda dell’ora del giorno e della notte, anche al variare delle condizioni del cielo e dell’aria, al mutare delle stagioni. Ciò a rimarcare il carattere di impermanenza che costituisce ogni cosa e ogni evento.

Il grande vuoto scaturito dall’osservazione dilaga al punto da comprendere gli infiniti giochi di pieno e vuoto, luce e buio: pochi gesti o materiali poveri sono occasione per produrre l’esperienza del vuoto attraverso lo sguardo.

Questa esperienza sembra sostituire la possibilità di percorrere a piedi lo spazio del giardino che diviene esso stesso oggetto di meditazione: non oggetto su cui meditare quanto occasione per cogliere la qualità del vuoto realizzato in chi contempla. Si tratta del rapporto tra vuoto e pieno: la virtù dell’artista è quella di disporre i singoli elementi in modo che nessuno di essi possa essere colto separatamente.

Le pietre/corpi erompono dal bianco dello spazio e si potrebbe essere indotti a interpretarli come simboli di creature che vengono dal Nulla o segni che nascono dall’Assenza o suoni che provengono dal Silenzio.

Lo spazio bianco che li ospita in modo asimmetrico indica qualcosa di diverso: il vuoto si dà in relazione al pieno. Si ha così esperienza diretta, pura: assenti le parole, i colori, la varietà dei segni o suggestioni. Eppure tutto è esplicito, anche se nulla è spiegato. La qualità del vuoto è lì alla portata di ciascuno. Armonia, rispetto, purezza, sobrietà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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